#IntesaScienceNews: L’analisi dell’attività elettrica cerebrale per prevenire la depressione

Prevedere la vulnerabilità alla depressione grazie all’attività elettrica del cervello: è questo l’oggetto di studio di un gruppo di ricercatori statunitensi per lo sviluppo di un nuovo approccio terapeutico nella cura della depressione.

Mediante esperimenti su topi da laboratorio sottoposti a condizioni di stress, si è reso possibile individuare un collegamento tra l’attività elettrica delle regioni cerebrali e la propensione alla depressione. Le ricerche si sono avvalse delle più avanzate tecniche di imaging cerebrale degli ultimi decenni, con il monitoraggio del legame tra le varie aree del cervello e l’analisi di come cambi il “dialogo” tra esse in situazioni di stress, così da riuscire, quale obiettivo ultimo, a programmare dei test utili per prevedere se si è a rischio depressione o ad altri disturbi psichici e poterli prevenire prima che si manifestino; si tratterebbe di un’ importante conquista, considerando che le stime dell’OMS prevedono che nel 2020 la depressione sarà la più diffusa al mondo tra le malattie mentali e in generale la seconda malattia più comune dopo le patologie cardiovascolari.

A scoprire il rapporto fra attività cerebrale e depressione sono stati dei ricercatori della Duke University a Durham, nella Carolina del Nord, che in un articolo su “Cell” illustrano gli esperimenti sui topi che li hanno portati a questa conclusione, preannunciando l’avvio di studi che la confermino anche nell’essere umano.
Negli ultimi trent’anni, le tecniche di imaging cerebrale hanno mostrato che lo sviluppo di disturbi mentali è accompagnato da variazioni nell’attività di singole regioni del cervello.

Basandosi su questo, Kafui Dzirasa, Miguel Nicolelis e colleghi sono giunti ad una tecnica che riesce a rilevare l’attività elettrica in molte aree in contemporanea, così da evidenziare le variazioni nelle comunicazioni fra di esse.

I ricercatori hanno misurato l’attività cerebrale dei topi in sette differenti regioni coinvolte nella depressione, tra cui corteccia prefrontale, amigdala e ippocampo. Le misurazioni sono state fatte prima e dopo aver collocato le cavie, per dieci giorni, in una gabbia con un topo di taglia maggiore e aggressivo, in maniera tale da indurre una condizione di stress.

Ne è risultato lo sviluppo, da parte di alcuni esemplari, di sintomi simili a quelli che caratterizzano la depressione umana, quali ansia e difficoltà a dormire.

Analizzando gli impulsi elettrici cerebrali tramite un moderno software che sfrutta l’intelligenza artificiale, è apparso chiaro che l’attività cerebrale dei topi che avevano manifestato sintomi depressivi seguiva modelli diversi da quelli dei roditori più resilienti, e questo sia dopo l’esperienza stressante sia, anche se in misura meno evidente, prima di essa.

Oltre che a far sperare nella messa a punto di un esame in grado di identificare in anticipo chi è più a rischio di depressione, la scoperta potrebbe anche avere importanti risvolti terapeutici.

«Ancora oggi il trattamento più efficace contro la depressione è la terapia elettroconvulsivante, ma si accompagna a molti effetti collaterali» ha detto Dzirasa, aggiungendo che: «Forse, indirizzando l’elettricità al posto giusto nel modo giusto sarebbe possibile definire un trattamento con effetti collaterali decisamente più lievi».

Dai topi si passerà quindi agli umani, per studiarne la risposta elettrica cerebrale in condizioni di stress.

 

Fonti: “Le Scienze”

Articolo a cura di: Valentina Corrao