#IntesaScienceNews: Farmacogenomica, la farmacologia tarata sul nostro DNA

I test del DNA possono rivelare alterazioni di sequenze di regolazione enzimatica, permettendo ai medici di adeguare la dose del Farmaco modulandola sul singolo paziente.

Come ben sappiamo, ogni individuo possiede un patrimonio genetico unico contenente sottilissime differenze che ci distinguono da ogni altro essere umano.

E se queste differenze, nell’espressione e nella regolazione genica, potessero influenzare significativamente la risposta alle terapie farmacologiche?

La Farmacogenomica ci aiuta proprio in questo, cioè, condurre test genetici specifici utili alla caratterizzazione di quelle particolari alterazioni genetiche che provocano una risposta (in termini di metabolismo ed effetti farmacologici) diversa da quella riscontrata nei trial clinici di massa.

Anche i più comuni farmaci possono risultare dannosi se non addirittura letali, ciò dipende da quanto cambia la risposta metabolica di alcuni enzimi codificati da particolari sequenze genetiche.

L’esempio più comune può essere spiegato con l’alterazione del metabolismo della codeina causata dal “CYP2D6”; ovvero l’enzima che converte la codeina in morfina.

Le differenze genetiche fanno sì che la codeina, un comune analgesico, non abbia gli stessi effetti su ciascun individuo. Normalmente un enzima nel fegato (CYP2D6) trasforma la codeina in morfina, molecola che, di fatto, è il reale analgesico. Ma alcune persone hanno una versione deficitaria dell’enzima o addirittura non lo producono affatto; altre persone, invece, ne producono in quantità eccessive.

I test del DNA possono rivelare chi ha quale versione, permettendo ai medici di adeguare la dose del Farmaco modulandola sul singolo paziente.

Nella maggior parte dei casi si possono verificare 3 situazioni:

  1. Quando un paziente ha due copie normali di questo gene produce abbastanza enzima da generare la quantità corretta di morfina. La morfina si lega ai recettori cellulari nel cervello e nel midollo spinale, impedendo ai segnali dolorifici di diffondersi.
  2. Enzima in quantità insufficiente: ai recettori si lega una quantità insufficiente di morfina, i segnali algici rimangono intensi.
  3. Eccessiva presenza dell’enzima: un eccesso di morfina si lega ai recettori, con conseguente comparsa di effetti collaterali e tossici.

 

Con questa semplificazione ci si accorge facilmente di quanto sia importante modulare i trattamenti medici sul patrimonio genetico, abbracciando l’idea futuristica di medicina personalizzata, in cui l’assistenza è fatta su misura del DNA di un individuo.

Molte di queste interazioni tra farmaco e gene sia gravi sia lievi potrebbero essere evitate assumendo dosi differenti dei farmaci o passando a sostituti. In un articolo pubblicato su «Nature» nell’ottobre 2015, alcuni ricercatori hanno concluso che ci sono 80 farmaci il cui metabolismo è influenzato da due dozzine di geni, con trattamenti alternativi noti.

Alcune delle principali pietre miliari nella ricerca su farmaci e geni sono state raggiunte al St. Jude da Mary Relling, direttore del Dipartimento di scienze farmaceutiche. Il St. Jude accoglie molti pazienti pediatrici malati di tumore, e poiché molti farmaci potenzialmente problematici sono chemioterapici, l’ospedale temeva che questi bambini potessero essere danneggiati da interazioni genetiche. Sul rapporto tra farmaci e geni, Relling e colleghi hanno effettuato anni di test su scala ridotta. Quindi, nel maggio 2011, Relling ha guidato uno studio il cui obiettivo era iniziare a testare tutti i nuovi pazienti del St. Jude.

A marzo di quest’anno l’ospedale aveva un archivio di circa 3000 cartelle elettroniche per altrettanti pazienti, con dati relativi a sette geni e a 23 farmaci che sono ben caratterizzati e che incidono sulle terapie dei suoi pazienti.

L’accuratezza di questi test è un altro aspetto importante. La Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha avviato iniziative per regolare i test genetici quando sono offerti direttamente al consumatore.

Quel che la FDA non controlla sono i test effettuati negli ospedali, come quelli al St. Jude. Negli anni settanta, quando furono stilate per la prima volta le normative per i test messi a punto negli ospedali, questi strumenti diagnostici erano relativamente semplici, e il fatto che i test fossero sviluppati presso laboratori federali certificati sembrava adeguato. Ora che sono coinvolte questioni genetiche complesse e che i test sono usati più spesso, la FDA ha intenzione di incrementare le proprie procedure di controllo.

Al momento Relling è condirettore di un gruppo di ricerca, sostenuto con finanziamenti provenienti dai National Institutes of Healths, per documentare attentamente qualunque nuova relazione tra farmaci e geni con nuove ricerche. Con queste informazioni gli scienziati stabiliranno standard su quali geni dovrebbero tipicamente essere testati, e spiegheranno in modo accurato quali cambiamenti dovrebbero essere fatti in base ai risultati dei test.

Nelle loro intenzioni, gli standard che sviluppano saranno forniti ad altri laboratori in altri ospedali.

Via via che questi test saranno effettuati in numero sempre più consistente e mostreranno reali benefici per i pazienti, gli esperti sperano che ostacoli e resistenze possano affievolirsi fino a scomparire. Quando più medici saranno consapevoli dei problemi causati dalle interazioni con la genetica, ritiene Relling, saranno restii a prescrivere farmaci senza test, e questo forzerà più offerte da più istituzioni. «Chiunque fosse a conoscenza di queste informazioni genetiche e non le usasse – dice Relling – non starebbe praticando una buona medicina».

 

Articolo a cura di Emilio Greco

Vi aspettiamo al prossimo articolo ….

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