Coronavirus, campagna del governo contro la violenza domestica:

“Fermiamo l’emergenza nell’emergenza”

Data la forte emergenza sanitaria siamo costretti a restare nelle nostre case per salvaguardare la salute nostra e dei nostri cari. Ma ci sono persone per le quali anche restare a casa non è sicuro. Ci sono mura domestiche che, mai come in questi giorni di isolamento, somigliano ad una prigione. Luoghi in cui le donne maltrattate, spesso insieme ai loro figli, si ritrovano vittime di mariti e compagni violenti, senza nessuna via d’uscita. Da quando le misure restrittive per affrontare l’emergenza coronavirus sono entrate in vigore, purtroppo si è registrato un calo delle segnalazioni ai centri antiviolenza. Quindi occorre evitare che il principio della tutela della vita umana, alla base delle ordinanze di restrizione, venga meno o si rovesci, al contrario, in una maggiore esposizione alla violenza per le donne e i loro figli, spesso minorenni, condannati a subire o ad assistere alla violenza.

Le donne in pericolo imminente, costrette a una convivenza prolungata col maltrattante, devono necessariamente rivolgersi alle forze dell’ordine ma, quando lo fanno, spesso è già tardi. Così Simona Lanzoni descrive un’emergenza nell’emergenza il cui quadro, al momento, presenta una disomogeneità territoriale.

Per arginare la situazione, in questi giorni la ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti e la ministra degli Interni Luciana Lamorgese hanno stabilito una linea comune per reperire luoghi che possano diventare case rifugio. Lamorgese ha inviato una nota ai prefetti, invitandoli a segnalare strutture che possano servire ad ospitare donne vittime di violenza assieme ai loro figli.

A proposito di case rifugio, un’altra criticità è rappresentata dalle condizioni in cui le operatrici sono chiamate a prestare supporto durante l’emergenza. “Pur non avendo a disposizione mascherine e dispositivi di protezione adatti, le operatrici continuano a fare la spola tra una casa rifugio e l’altra per garantire assistenza, cibo e beni di prima necessità”.

Molte le difficoltà. Un argomento da tenere sott’occhio e la situazione psicologica, anzitutto per le vittime, che per parlare a telefono devono chiudersi in bagno e aprire il rubinetto per non farsi sentire.

Inoltre, i numeri dei femmincidi, in Italia, parlano di “un’emergenza nazionale”: sono stati 131 nel 2017, 135 nel 2018 e 103 nel 2019, e nella maggior parte dei casi avvengono all’interno del contesto domestico e in questa circostanza che ci impone l’isolamento a casa e la distanza sociale, i rischi di subire violenza domestica possono aumentare di molto e preoccupano non solo in Italia. Il Time scrive che “la violenza domestica aumenta nei periodi di difficoltà economica” e già la Cina ha dovuto far fronte al problema durante l’emergenza coronavirus, dopo cui è stata registrata un’ impennata di denunce per violenza e maltrattamento.

Anche il Los Angeles Times ha dedicato qualche giorno fa un lungo articolo al problema, sottolineando come, se già in tempi critici come quello che stiamo attraversando il peso di questo cambio di abitudini rischia di ricadere soprattutto sulle donne chi è vittima di violenza domestica rischia non solo di essere più esposto ad abusi, ma anche di avere maggiori difficoltà a chiedere aiuto.

Le strutture di accoglienza vengono chiuse, oppure devono ridurre le loro attività, e si riducono le possibilità di supporto. Come riporta Il Post: “Ci basiamo solamente sull’esperienza perché è ancora presto per avere dei dati certi, ma possiamo dire che le convivenze forzate con i compagni, mariti e con i figli, in questo periodo, scoraggiano le donne dal telefonare o recarsi personalmente dalle forze dell’ordine.”

Già alcuni centri antiviolenza si sono mobilitati nel promuovere il servizio del 1522: chiunque si senta in pericolo può chiedere aiuto chiamando il numero antiviolenza e stalking, il 1522, ovvero il servizio pubblico promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità, multilingue, gratuito (anche dai cellulari) e attivo 24h su 24, sul cui sito si può trovare anche un servizio di chat online per parlare con un’operatrice quando non è possibile parlare al telefono. A questa catena di supporto si aggiunge anche il servizio di Obiezione Respinta che sta monitorando i servizi di interruzione della gravidanza, fornendo indicazioni utili a chi ha bisogno di abortire in questi giorni di emergenza.

Questa catena di solidarietà, ha come obiettivo quello di informare chiunque si trovi in situazioni critiche per restituire un solo messaggio:

DONNE RICORDATEVI CHE NON SIETE SOLE!